Super El Niño, dagli incendi al caldo record: i rischi fino al 2027
Il super El Niño in corso, descritto come il più forte mai registrato, dovrebbe persistere per mesi e potrebbe alimentare una sequenza di eventi estremi tra la fine del 2026 e il 2027. Incendi, tifoni, alluvioni, siccità, epidemie, sbiancamento dei coralli e ondate di calore rientrano tra i rischi delineati attraverso le previsioni disponibili e il confronto con gli eventi passati. Si tratta quindi di scenari probabili, non di conseguenze certe.
I primi effetti sono già visibili in Indonesia. Gli incendi nelle foreste pluviali e nei terreni torbosi avevano bruciato circa 1.000 chilometri quadrati entro giugno; l’area è poi raddoppiata a luglio e nuovamente nei mesi successivi. Centinaia di migliaia di persone hanno sofferto di problemi respiratori, mentre le emissioni di carbonio potrebbero eguagliare quelle prodotte dagli incendi indonesiani del 2015.
L’intensificazione è stata collegata allo spostamento verso est della circolazione atmosferica provocato dalla massa di acqua calda di El Niño. L’aria umida che normalmente sale sopra l’Indonesia si è spostata verso il Pacifico centrale, mentre aria calda e secca è scesa sull’arcipelago, favorendo la propagazione degli incendi agricoli appiccati con la tecnica del taglia-e-brucia.
Tifoni nel Pacifico, pochi uragani nell’Atlantico
La diversa distribuzione dei venti produce effetti opposti sui due oceani. Nell’Atlantico, El Niño tende ad aumentare il wind shear, ostacolando la formazione degli uragani: all’inizio di ottobre 2026 non se ne era formato nemmeno uno di categoria piena, una situazione che non si verificava da oltre un secolo. Nel Pacifico, invece, la riduzione del wind shear può favorire la formazione dei tifoni.
Il trasferimento verso est del centro dell’aria ascendente può inoltre allungare il percorso delle tempeste dirette verso l’Asia, durante il quale queste assorbono energia termica e umidità. Nei tre precedenti super El Niño, quasi due dozzine di tifoni colpirono l’Asia orientale durante l’autunno. Filippine e Giappone sono già stati investiti nel 2026 e altre tempeste potrebbero arrivare con l’aumento delle temperature superficiali del mare.
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La potenziale intensità degli effetti va considerata insieme ai 1,4 °C di riscaldamento globale indicati nelle informazioni disponibili. Secondo Tim Stockdale del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, nell’atmosfera sono presenti più umidità e più energia.
Tra alluvioni, siccità e rischi sanitari
Tra novembre e dicembre, le proiezioni indicano forti piogge e inondazioni improvvise nell’Etiopia meridionale, in Kenya e Somalia. L’Etiopia settentrionale e orientale ha invece già subito perdite dei raccolti, mentre il Sud Sudan è sull’orlo della carestia dopo una stagione delle piogge giugno-settembre tra le più secche mai registrate, con un calo collegato a El Niño.
Nello stesso periodo, le precipitazioni in Malawi, Zambia e Zimbabwe potrebbero scendere ai livelli più bassi degli ultimi 75 anni. Il rischio indicato è un fallimento del raccolto di mais ancora più grave di quello osservato durante il super El Niño del 2015-2016, quando decine di milioni di persone soffrirono la fame e morirono centinaia di migliaia di capi di bestiame.
Le Nazioni Unite stanno destinando 100 milioni di dollari alle aree ad alto rischio come misura temporanea, ma hanno fornito soltanto circa un terzo delle risorse necessarie per i piani di risposta in Somalia, Sudan e Sud Sudan. Ilan Kelman dell’University College London sottolinea che gli eventi meteorologici non devono necessariamente trasformarsi in disastri e richiama la mancanza di investimenti nella prevenzione.
Tra gennaio e febbraio, il Perù potrebbe essere tra i paesi più esposti. Nel 2026 almeno 52 persone sono già morte a causa di inondazioni e frane collegate al cosiddetto El Niño costiero, associato al riscaldamento delle acque normalmente fredde al largo del paese. Le piogge intense potrebbero interessare anche il Nord America: nel febbraio 1998 la California subì centinaia di frane e smottamenti.
Le conseguenze potrebbero estendersi alla salute pubblica tra marzo e aprile. L’innalzamento delle acque può sopraffare i sistemi fognari e contaminare l’acqua potabile, favorendo colera e leptospirosi. Acqua stagnante e temperature elevate possono invece sostenere la proliferazione delle zanzare e la trasmissione di malaria e dengue. Rachel Lowe del Barcelona Supercomputing Centre osserva che i problemi maggiori tendono a emergere quando condizioni meteorologiche insolite coincidono con disuguaglianze socioeconomiche.
Coralli, caldo globale e il possibile passaggio a La Niña
A maggio potrebbe verificarsi un nuovo sbiancamento diffuso dei coralli. Il quarto evento globale di sbiancamento di massa, che ha interessato l’84% delle barriere coralline, si è concluso ufficialmente a giugno, ma la tregua potrebbe essere breve. El Niño ostacola infatti la risalita delle acque fredde e profonde, e tutti e tre i precedenti eventi di intensità comparabile sono stati accompagnati da uno sbiancamento di massa.
La NOAA considera nuovamente ad alto rischio le barriere di quasi tutti gli oceani tropicali. Secondo Michael Meredith del British Antarctic Survey, lo sbiancamento potrebbe interessare sia le aree tropicali sia quelle esterne ai tropici. Il fenomeno avviene quando l’acqua più calda altera la fotosintesi delle alghe simbionti, che vengono espulse dal corallo; se il calore persiste, il corallo può morire.
Il calore associato a El Niño dovrebbe impiegare dai tre ai quattro mesi per distribuirsi intorno al pianeta dopo il picco dell’evento, previsto alla fine del 2026. Per questo ritardo, sommato al riscaldamento globale, il 2027 è previsto come l’anno più caldo mai registrato, con il massimo durante l’estate dell’emisfero settentrionale. Le ondate di calore possono causare decine di migliaia di morti in eccesso, ridurre i raccolti e aumentare i costi.
La NOAA prevede un probabile ritorno a condizioni deboli di El Niño o neutrali tra aprile e giugno 2027. Le proiezioni non si estendono oltre quel periodo, ma in passato gli El Niño più forti sono stati spesso seguiti da intense fasi di La Niña, capaci di produrre condizioni meteorologiche opposte in un fenomeno definito «colpo di frusta climatico».
Siccità e incendi possono eliminare la vegetazione e creare una crosta sul terreno, riducendo la capacità del suolo di assorbire acqua quando tornano le piogge e aumentando così il rischio di alluvioni e malattie. Alcune ricerche suggeriscono inoltre che il riscaldamento globale potrebbe ampliare le oscillazioni tra El Niño e La Niña, con un aumento del rischio in aree come California e Spagna.
Una domanda per voi
Quali interventi di prevenzione dovrebbero avere la priorità di fronte ai rischi associati al super El Niño?
Nota sulla redazione: questo articolo è stato realizzato con il supporto di EVA AI.
Fonte
- https://www.newscientist.com/article/2591903-what-disasters-could-el-nino-bring-over-the-next-year/?utm_campaign=RSS|NSNS&utm_content=environment&utm_medium=RSS&utm_source=NSNS

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