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olkswagen, fino a 100 mila posti in meno
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Volkswagen, fino a 100 mila posti di lavoro in meno

6 min.

Volkswagen ha annunciato il “Future Plan 2030”, che aggiunge circa 50 mila riduzioni di organico a livello mondiale, oltre alle 50 mila già concordate in Germania. Si tratta della più grande ristrutturazione nella storia del gruppo, che risente della perdita di competitività europea in generale, della pressione competitiva dei costruttori cinesi, della transizione verso l’elettrico e dello sviluppo sempre più oneroso di software e di sistemi di guida assistita. Intanto, lo stabilimento di Osnabrück si prepara a uscire dal perimetro Volkswagen e a riconvertire la produzione da automobili a, purtroppo, armi del gruppo israeliano Rafael.

Un pesante taglio del personale

La cifra di 100 mila posti va letta con precisione. Dalla fine del 2024 Volkswagen ha già concordato la riduzione di circa 50 mila posizioni in Germania entro il 2030, considerando congiuntamente Volkswagen, Audi, Porsche e CARIAD. Secondo l’amministratore delegato Oliver Blume, per circa 37 mila posizioni erano già stati firmati accordi individuali, prevalentemente attraverso prepensionamenti, part-time agevolato, mancato turnover e uscite volontarie.

A questo primo blocco si aggiunge ora un’ulteriore riduzione di circa 50 mila posti nel mondo, comprese le posizioni manageriali, oltre ai programmi già esistenti. La somma porta il potenziale ridimensionamento complessivo vicino a 100 mila unità, anche se non si tratta di 100 mila licenziamenti immediati: modalità, distribuzione geografica e tempi della seconda fase dovranno essere definiti attraverso negoziati con le società del gruppo e le rappresentanze dei lavoratori.

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Alla fine di giugno 2026 il gruppo impiegava circa 652.200 persone, contro 662.900 alla fine del 2025. Considerato il livello occupazionale attuale, un ridimensionamento complessivo nell’ordine di 100 mila posizioni equivale a circa il 15% della forza lavoro.

Margini troppo bassi per sostenere la trasformazione

I conti spiegano perché Volkswagen ha deciso di ristrutturarsi. Nel primo semestre del 2026, il gruppo ha registrato un utile operativo in diminuzione dell’11,6%, fermandosi a 5,9 miliardi di euro. Il margine operativo sui ricavi è sceso dal 4,2% al 3,8%.

Nello stesso periodo le vendite sono diminuite dell’8,4% a circa 4 milioni di veicoli, mentre le consegne ai clienti sono calate del 6,3% a 4,13 milioni. La generazione di cassa ha invece mostrato un miglioramento: il net cash flow della divisione automotive è salito a 3,17 miliardi di euro, contro un assorbimento di 1,35 miliardi nel primo semestre 2025.

La situazione non è quindi quella di un gruppo privo di liquidità, ma di un colosso industriale che genera ritorni troppo bassi rispetto al capitale necessario per finanziare contemporaneamente nuovi modelli, l’elettrificazione, le batterie, il software e la riconversione degli stabilimenti.

Blume: i costi indiretti restano superiori del 30%

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Uno dei principali obiettivi riguarda le funzioni di supporto. Blume ha riconosciuto che i costi generali di Volkswagen restano circa il 30% superiori a quelli delle società comparabili.

Il gruppo punta, perciò, a ridurre i livelli manageriali, accorciare i processi decisionali e unificare le attività oggi duplicate tra marchi, divisioni e Paesi.

Il piano non interviene soltanto sugli operai delle fabbriche: coinvolge il management, l'amministrazione, lo sviluppo, gli acquisti, la qualità, le vendite e le strutture centrali.

La logica è quella di trasformare Volkswagen da un conglomerato articolato in numerosi centri decisionali in un’organizzazione più veloce, con meno varianti produttive e una maggiore condivisione di piattaforme e tecnologie.

Meno modelli e meno complessità

Entro il 2035, Volkswagen intende ridurre di circa il 50% il numero dei modelli e del 75% la complessità dell’offerta, limitando versioni, motorizzazioni e configurazioni a volumi insufficienti. Concentrarsi su meno prodotti dovrebbe consentire tirature più elevate per singolo modello, costi inferiori e migliori economie di scala.

Per il 2030, il gruppo si pone l’obiettivo di vendere circa 9 milioni di veicoli all’anno e di raggiungere un margine operativo del 9%, pari a un risultato operativo indicativo di circa 31 miliardi di euro. Il piano prevede costi generali per 37 miliardi e investimenti complessivi in capex, ricerca e sviluppo per 135 miliardi tra il 2027 e il 2031.

Il salto rispetto alla redditività attuale è considerevole e ambizioso: dal 3,8% del primo semestre 2026 al 9% nel 2030. Per raggiungerlo, Volkswagen dovrà combinare tagli strutturali, recupero dei volumi, miglioramento del mix, riduzione degli investimenti meno produttivi e maggiore disciplina nell’allocazione del capitale.

Mezzo milione di capacità in eccesso in Europa

La ristrutturazione incide inevitabilmente sulla rete industriale. Volkswagen riconosce una sovraccapacità produttiva di circa 500 mila veicoli in Europa. Il gruppo dovrà presentare entro giugno 2027 un nuovo assetto per rendere sostenibili e competitive le fabbriche europee.

Il consiglio di sorveglianza ha preso atto che, allo stato attuale, non è garantita una produzione successiva economicamente competitiva per gli stabilimenti di Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm, una volta conclusi gli attuali cicli di modello tra il 2031 e il 2034. Per questi siti saranno quindi valutate nuove assegnazioni, attività alternative, partnership industriali o riconversioni.

olkswagen, fino a 100 mila posti in meno | Elettronauti.it

È in questo contesto che si presenta il caso di Osnabrück, uno stabilimento che si riconverte alla produzione di armamenti. Forse meglio per l’occupazione (con un impatto limitato: solo per poco più di mille persone), ma non certo per il futuro della civiltà…

Osnabrück cambia proprietà e produrrà armi

Impianto VW di Osnabrück | Elettronauti.it

Volkswagen ha raggiunto un’intesa preliminare con il Land della Bassa Sassonia e con Aurelius Capital, società d’investimento israeliana con sede a Tel Aviv, per la possibile vendita di Volkswagen Osnabrück GmbH. Il progetto prevede che Aurelius diventi azionista di maggioranza, affiancata dallo Stato regionale tedesco.

La produzione automobilistica nello stabilimento, dove viene ancora assemblata la T-Roc Cabriolet, terminerà nell’estate del 2027. Successivamente il sito dovrebbe essere trasformato gradualmente da centro per piccole serie e veicoli speciali a polo industriale per la produzione di armamenti.

L’operazione non è ancora conclusa: restano da negoziare gli accordi definitivi e sono necessarie le approvazioni societarie e le verifiche regolatorie. Il comunicato di Volkswagen parla della possibile produzione a Osnabrück di sistemi e componenti per apparati di difesa aerea destinati alla Germania e all'Europa, senza ulteriori dettagli. Sottolineiamo quindi che Volkswagen trasferisce la fabbrica a nuovi proprietari, ma non diventa partner diretto dell’israeliana Rafael nella produzione di armi.

La triste trasformazione della capacità automotive

Il passaggio industriale dall’automotive agli armamenti non è isolato. La crescita della spesa militare europea sta creando domanda di lavorazioni meccaniche, veicoli speciali, elettronica, strutture metalliche e sistemi industriali, compatibili con le competenze già presenti nelle fabbriche automobilistiche.

Rheinmetall, Continental, Daimler Truck, Schaeffler e Deutz hanno già avviato o valutato collaborazioni e attività nel settore della difesa. Per gli stabilimenti europei colpiti dalla sovraccapacità dell’auto, il settore militare può quindi rappresentare uno sbocco alternativo, anche se politicamente, eticamente e sindacalmente controverso.





Quali sono le cause della crisi Volkswagen secondo te? Sei d'accordo con la riconversione da auto ad armi?

Fonte

Emanuele Oggioni

Analista finanziario, curioso di natura, Tesla owner e appassionato di e-mobility.